Pechino è avvisata
Il capo di Google lancia lo scontro di civiltà digitale contro la Cina
Non passa giorno senza che un quotidiano, un’istituzione o un social network del mondo libero subisca l’aggressione di hacker che sfondano le barriere cibernetiche per impossessarsi di informazioni riservate. A volte la pratica è al confine con il controspionaggio, altre volte è pura ritorsione. Quasi sempre è colpa dei cinesi. Un terzo delle minacce cibernetiche mondiali viene dalla Cina e, nonostante le ovvie smentite di Pechino, si sa anche troppo bene che gli eserciti di hacker che quotidianamente violano i sistemi occidentali sono al soldo del partito.

New York. Non passa giorno senza che un quotidiano, un’istituzione o un social network del mondo libero subisca l’aggressione di hacker che sfondano le barriere cibernetiche per impossessarsi di informazioni riservate. A volte la pratica è al confine con il controspionaggio, altre volte è pura ritorsione. Quasi sempre è colpa dei cinesi. Un terzo delle minacce cibernetiche mondiali viene dalla Cina e, nonostante le ovvie smentite di Pechino, si sa anche troppo bene che gli eserciti di hacker che quotidianamente violano i sistemi occidentali sono al soldo del partito. La settimana scorsa il New York Times e il Wall Street Journal hanno detto di essere stati vittime di attacchi persistenti di hacker cinesi; poi è arrivato il turno del Washington Post e infine quello di Twitter. L’aggressione online ai danni di Bloomberg era già nota da tempo. I corrispondenti asiatici del Times avevano raccontato le favolose ricchezze di Wen Jiabao, quelli del Wall Street Journal avevano ficcato il naso troppo a fondo nello scandalo di Bo Xilai, il Post aveva genericamente screditato il governo cinese e Twitter permette quotidianamente a milioni di utenti di diffondere informazioni sgradite al regime. E’ la vecchia storia di Internet come piattaforma per la diffusione della democrazia che nelle mani dei regimi si trasforma in strumento di controllo interno e aggressione esterna, ma Eric Schmidt, chairman di Google, è andato all’origine dell’acrimonia cibernetica di Pechino nel suo libro “The New Digital Age”, in uscita ad aprile negli Stati Uniti. Nella critica del capo di Google alla Cina c’è un salto di qualità rispetto agli stereotipi veri ma un po’ consumati sul filtraggio della rete da parte dello stato e l’oscuramento tecnologico dei regimi: Tra la Cina e gli Stati Uniti “c’è una differenza di valori e una differenza legale”, spiega Schmidt, che ha scritto il libro insieme a Jared Cohen, ex diplomatico che dirige Google Ideas, una branca ambiziosa del colosso di Mountain View che vuole esportare nientemeno che la democrazia nel mondo attraverso la rete. La dicotomia suggerita dagli autori non è solo fra autocrazie chiuse e democrazie aperte (o semi aperte), ma fra “valori” incompatibili con la aperture della rete e una cultura che non ha il gene dell’aggressività cibernetica.
Scrivono Schmidt e Cohen: “La disparità fra le tattiche delle aziende americane e cinesi metteranno sia il governo americano sia le sue aziende in una posizione di svantaggio, perché l’America non percorrerà la stessa strada di spionaggio digitale perché le sue leggi sono più severe e perché la competizione sleale viola il senso del fair play degli americani”. Insomma: l’aggressività digitale è nella natura del governo cinese quanto il fair play è nella natura di quello americano; lo sguardo si sposta dalla tattica cibernetica all’antropologia culturale e si scopre nel libro di una delle massime autorità internettiane che la Cina è uno scorpione, punge per soddisfare la propria natura.
Il ragionamento di Schmidt sul futuro tecno-geopolitico è pieno di categorie del passato: blocchi online, sfere d’influenza digitale, cortine di fibra ottica, deterrenza degli hacker; appoggiato ai pilastri della cultura occidentale, il mondo libero ha il merito di considerare la rete uno strumento di sviluppo da promuovere e diffondere, ma il punto d’orgoglio morale fa il paio con uno svantaggio strategico: gli occidentali infettano raramente i sistemi digitali dei nemici con virus letali (è il caso di Stuxnet, il dispositivo usato per mandare in tilt i sistemi operativi delle centrali nucleari iraniane), mentre decine di migliaia di hacker cinesi si occupano giorno e notte di aggredire i concorrenti occidentali e di impedire ai propri concittadini di accedere liberamente alle informazioni: “Forse nessun paese più della Cina ha considerato con più attenzione le conseguenze dell’accesso dei propri cittadini alle tecnologie connettive”, scrivevano Schmidt e Cohen già nel 2010. Oggi arrivano a teorizzare uno “scontro di civiltà” digitale.
La guerra preventiva di Obama
Questa guerra fredda digitale non si combatte soltanto fra i governi. Le aziende tecnologiche sono parte integrante del processo, e mentre in Cina i grandi provider che esportano servizi in tutto il mondo sono indistinguibili dal potere politico, in America stato e privato sono ambiti distinti e spesso in contrapposizione. L’ipotesi di una rete wireless costruita e gestita dal governo americano ha immediatamente scatenato le proteste delle corporation tecnologiche, tanto per fare un esempio. Schmidt dice che nella prossima battaglia per l’egemonia digitale anche in occidente le grandi compagnie tecnologiche faranno sistema con i propri governi per difendersi dalla corazzata di Pechino e lanciare una controffensiva che passerà necessariamente per la diffusione della rete fra le maglie dei regimi. Missioni esplorative al confine fra business e politica come quella di Schmidt e Cohen in Corea del nord si moltiplicheranno, mentre a Washington i legali dell’Amministrazione Obama preparano una cornice legale per riesumare, questa volta in ambito digitale, una categoria che il presidente democratico pensava di avere seppellito per sempre: la guerra preventiva.
Il ragionamento di Schmidt sul futuro tecno-geopolitico è pieno di categorie del passato: blocchi online, sfere d’influenza digitale, cortine di fibra ottica, deterrenza degli hacker; appoggiato ai pilastri della cultura occidentale, il mondo libero ha il merito di considerare la rete uno strumento di sviluppo da promuovere e diffondere, ma il punto d’orgoglio morale fa il paio con uno svantaggio strategico: gli occidentali infettano raramente i sistemi digitali dei nemici con virus letali (è il caso di Stuxnet, il dispositivo usato per mandare in tilt i sistemi operativi delle centrali nucleari iraniane), mentre decine di migliaia di hacker cinesi si occupano giorno e notte di aggredire i concorrenti occidentali e di impedire ai propri concittadini di accedere liberamente alle informazioni: “Forse nessun paese più della Cina ha considerato con più attenzione le conseguenze dell’accesso dei propri cittadini alle tecnologie connettive”, scrivevano Schmidt e Cohen già nel 2010. Oggi arrivano a teorizzare uno “scontro di civiltà” digitale.
La guerra preventiva di Obama
Questa guerra fredda digitale non si combatte soltanto fra i governi. Le aziende tecnologiche sono parte integrante del processo, e mentre in Cina i grandi provider che esportano servizi in tutto il mondo sono indistinguibili dal potere politico, in America stato e privato sono ambiti distinti e spesso in contrapposizione. L’ipotesi di una rete wireless costruita e gestita dal governo americano ha immediatamente scatenato le proteste delle corporation tecnologiche, tanto per fare un esempio. Schmidt dice che nella prossima battaglia per l’egemonia digitale anche in occidente le grandi compagnie tecnologiche faranno sistema con i propri governi per difendersi dalla corazzata di Pechino e lanciare una controffensiva che passerà necessariamente per la diffusione della rete fra le maglie dei regimi. Missioni esplorative al confine fra business e politica come quella di Schmidt e Cohen in Corea del nord si moltiplicheranno, mentre a Washington i legali dell’Amministrazione Obama preparano una cornice legale per riesumare, questa volta in ambito digitale, una categoria che il presidente democratico pensava di avere seppellito per sempre: la guerra preventiva.